18/05/2012
I miei Natali
I MIEI… NATALI
Volete sapere la verità? A me il Natale non piace molto, mi mette tanta tristezza, tanta malinconia; già quando ero ragazzo, ricordo che tutti i miei compagni aspettavano il Natale con impazienza, per vivere giornate spensierate, senza scuola, senza studio, mentre io vivevo giorno dopo giorno il clima mistico e la sacralità di quelle giornate con una sorta di malinconia e, invece di cercare di recuperare lezioni arretrate, finivo con accumularne addirittura altre.
Io sono un cattolico, non molto praticante ma neanche ateo, e a Messa ci vado di tanto in tanto solo per cerimonie, riti vari, come matrimoni, prime comunioni, funerali e a Pasqua e a Natale.
In chiesa non riesco a stare attento ai discorsi del parroco e alle varie letture, e non so neanche pregare, perché le preghiere non sono più le stesse che avevo imparato al tempo del catechismo, sono cambiate quasi tutte, tanto che, quando mi capita di andare a Messa, mi ritrovo spesso a fare il pesce (nel gergo musicale si dice di un corista che muove la bocca senza cantare) e venire continuamente ripreso da mia moglie, che mi rimprovera, perché sostiene che mi distraggo, guardando di qua e di là, invece di pregare; allora io inizio a pregare secondo le reminiscenze catechistiche e, quando non ricordo più o mi accorgo delle modifiche apportate, mi vedo costretto a fare, appunto, il pesce o a prendere tempo, lasciando pregare i vicini e, dopo averle sentite da loro, ripetere le parole della preghiera, magari anche a voce alta per farmi sentire da mia moglie, che però si accorge; ma tanto qualcuno deve pur essere l’ultimo, e in questa circostanza mi accontento di esserlo io. Io, che capito sempre vicino a quelli (e ci sono sempre, anche se ti trovi in un’altra città) che rispondono a voce alta prima ancora che il parroco finisca e, addirittura che recitano la preghiera tutta intera, compresa la parte del parroco stesso, spesso anticipandolo proprio. Mia moglie mi costringe a sentire la Messa e a osservare tutta la cerimonia con la massima attenzione, intervenendo al tempo giusto rispettando per bene i tempi, alzate e sedute nel banco. E così sto attento ad alzarmi in piedi non appena vedo qualcheduno, che mi sta vicino, alzarsi e la stessa cosa faccio quando vedo che cominciano a sedersi, rimettendomi subito a sedere composto, scrutando, con la coda dell’occhio i vicini di sedia e mia moglie stessa, se non ho commesso qualche piccolo errore.
Una volta (non potrò mai dimenticarlo), mentre ero assorto nella preghiera con lo sguardo abbassato a terra, si alzò un uomo che sedeva davanti a me e, cercando di non farmi sorprendere in ritardo mi alzai rapidamente anch’io; ma quando capii che l’uomo s’era alzato per uscire, dopo un attimo di smarrimento, essendo rimasto l’unico in piedi nella chiesa, dovetti uscire anch’io fingendo indifferenza, sperando di essere riuscito, non so quanto, ad evitare l’enorme imbarazzo e le occhiate fulminanti di mia moglie. Un altro momento della Messa che trovo cambiato e, per me imbarazzante, è, al momento di recitare il Padre Nostro, quello in cui il parroco allarga le braccia in segno di implorazione, e tutti i fedeli fanno altrettanto, spesso addirittura allargandole tanto fino a formare una catena, ognuno tenendo per mano i suoi due vicini di scanno, mentre io rimango sulle mie, fingendomi distratto per la contemplazione, a pregare con le mani intrecciate abbassate davanti al corpo.
Ma il momento della Messa che più di tutti vorrei evitare è lo scambio del segno di Pace stringendosi la mano. Secondo me ci si dovrebbe scambiare la mano solamente con le due persone che ci tanno affianco nel banco, prima quella che sta, per esempio, a sinistra e dopo quella che sta a destra, ma poi basta. Io faccio così, ma ci sono persone, e ti accorgi già qualche istante prima, che stanno organizzandosi mentalmente su come comportarsi, quando sarà il momento; “comincio da questi due alla mia sinistra, così finisco con questo lato, poi procedo con tutti questi altri che mi stanno davanti, facendo attenzione a non incrociare le altre braccia, quindi, seguendo l’ordine in senso orario, rivolgo l’attenzione a quelli che stanno alla mia destra, e, infine, a tutti quelli che stanno alle mie spalle, che hanno già finito il loro giro, come avranno fatto? Ne avranno saltato alcuni”? questi sorridendo ti fanno capire che stavano sì aspettando, ma che non c’è fretta, puoi fare con comodo, finché, "se rimane il tempo e il modo, mi allungo anche alla fila ancora più indietro e infine, con un sorriso, senza neanche allungare la mano, idealmente stringo le mani di tutti quelli delle file di dietro che si perdono nel fondo della chiesa”. C’è infine un’ultima categoria di persone, che, non appena parte l’esortazione, come molle scattano fuori dal banco e si buttano dall’altro lato a stringere la mano a tutti gli occupanti le due o tre file di posti parallele alla loro, per poi tornare dal lato proprio per ripetere la stessa cosa e, ritornando sui propri passi come in una danza, si spingono a zigzag fino quasi in fondo alla chiesa.
Poi si ritorna a casa e insieme a tutti gli altri parenti e amici si cerca qualche intrattenimento per le prossime due o tre ore in compagnia. Chi opta per un gioco a carte, chi il Mercante in Fiera, qualcun altro propone l’ultimo gioco di società con le carte francesi, che nessuno conosce e, dopo aver ascoltato attentamente la spiegazione, si decide che non è il caso, ché nessuno sa giocare. Alla fine arriva la padrona di casa con uno scatolone di cartone tra le braccia con dentro l’occorrente per il gioco per eccellenza delle serate natalizie. Indovinate un po’ qual è il Gioco per eccellenza delle vacanze di Natale?
È LA TOMBOLA
La tombola, Madonna mia e come odio questo gioco, forse uno dei motivi per cui il Natale mi mette tristezza, malinconia, è proprio questo gioco. Quando ero bambino ricordo che ci riunivamo per il Natale a casa di mia zia: mio padre e mia madre insieme a mio fratello e alle mie due sorelle; i mie zii e zie con tutti i miei cuginetti, e c’era anche qualche famiglia vicina di casa di mia zia. Mio padre e gli altri uomini adulti giocavano a carte nella stanza da pranzo, mentre le donne, le ragazze coi fidanzati e noi bambini giocavamo a tombola in cucina attorno all’enorme tavolo che mia zia aveva fatto costruire da un falegname, parente di suo marito, apposta per tutte le occasioni in cui ci si riuniva a casa sua, come per l’appunto quella del Natale. Ma non sempre a noi bambini era concesso sedere a questo tavolo, per quanto enorme, data la presenza spesso numerosa di amici dei miei cugini e fidanzati vari. Ricordo gli ultimi avvertimenti di mia madre, che, tenendoci stretti per i polsi, ci costringeva a fermarci appena entrati nel portone di casa della zia, con tono minaccioso e agitandoci, nella morsa, con perfetta sintonia, ad ogni sillaba uno sbatacchiamento: “mi raccomando su dalla zia quando giochiamo a tombola, senza dare fastidio, altrimenti ce ne torniamo a casa subito; non permettetevi di sedervi al tavolo, devono sedersi i grandi là, e non prendete troppi cartoncini o bucce di mandarino per coprire i numeri, avete una sola cartella a testa e i numeri sono solo quindici, quindi ognuno ne prenda al massimo quattordici, capito?” E qualcuno di noi: “ma se ne prendo solo quattordici e faccio tombola, con che cosa copro il quindicesimo numero”? “Ma nossignore, tu l’ultimo numero non c’è bisogno che lo copra! Comunque non è possibile che dobbiate fare sempre in modo di dare fastidio; fate una cosa, statemi bene a sentire, appena arrivati, prendete la vostra cartella, le bucce di mandarino per coprire i numeri, mettetevi seduti a una sediolina, la cartella sul mobile dove c’è il portapane e aspettate che iniziamo a giocare. E durante il gioco non dovete parlare tra di voi, domandare se è uscito questo o quel numero, se ve ne state in silenzio sentirete i numeri; potete parlare solo se fate l’ambo, il terno ecc. chiamare i numeri vincenti e poi basta, ci siamo capiti? Sarebbe meglio se non giocaste proprio a tombola con i grandi. I piccoli devono stare con i piccoli e i grandi con i grandi, perciò se non vi va lasciate le cartelle e andatevene da un’altra parte, ma sempre sotto i mie occhi, vi devo vedere, devo essere sicura che non combiniate guai”. Questa era un po’, in sintesi, l’atmosfera allegra delle serate natalizie; a me già non piaceva giocare a tombola poi ci si mettevano anche loro, i grandi, che non sopportavano niente di noi, ogni mamma temeva che i propri figli potessero essere di fastidio e perciò ci tenevano sempre così repressi. I giovanotti, invece, seduti accanto alle fidanzatine facevano tante battute squallide per essere spiritosi e conquistarsi le simpatie delle mamme e delle zie delle loro ragazze. Ad ogni battuta, come se fossero obbligati da qualcuno, i grandi rispondevano sempre con risatine compiaciute, incoraggiando, senza volere, questa situazione che andava avanti così per tutta la serata. A turno tiravano il cartellone i ragazzi, fidanzatini delle mie cugine (che erano, a detta delle rispettive fidanzate, molto simpatici e spiritosi, bravi a mantenere l’allegria spiegando il significato, secondo la smorfia napoletana di ogni numero della tombola che tiravano dal piccolo cestino, il panariello) mentre la fidanzata si occupava di mettere il numero sul cartellone, e già questo era per tutti un motivo di sorrisetti e risatine. C’era sempre qualcuno che al primo numero gridava “ambo”, e tutti a ridere, poi qualche altro, sempre solo per fare il simpatico, che chiedeva: “scusate, è uscito per caso il 16? Ce l’ho scoperto” altre risate, e poi c’era chi replicava: “e coprilo sennò prendi il raffreddore”, ancora risate! Poi ancora un altro dei ragazzi, per non essere da meno, fingeva che i numeri estratti, a mano a mano, si avvicinavano ai suoi: veniva chiamato il 54? E lui “che peccato ho il 55; il 76? Oh, io invece ho il 77; 90? Ah per un pelo, ho il 91”! Ma fatemi il piacere. Che squallore!
Pian piano, però, qualcosa iniziava già fin d’allora a prendermi nella mente e cominciai a pensare che, tutto sommato, giocare a tombola potesse essere anche abbastanza simpatico; bisognava coinvolgere le persone in un gioco divertente, magari trovare elementi legati a ciascun numero estratto, di carattere cabalistico, oppure riferiti alla “Smorfia”, o ad eventi folcloristici e, comunque, appartenenti alla cultura popolare, in modo tale da coinvolgere tutti quelli che giocano, alla rappresentazione del significato dei numeri, sempre però, sotto la guida di colui che tira il cartellone, sapiente e abile, anche nell’agitare ad arte il “panariello” facendo uscire, secondo le persone a lui più care, i numeri per fare tombola e vincere. La sapienza sta nel conoscere alla perfezione tutti gli abbinamenti dei numeri a cose, fatti, personaggi vari e filastrocche di ogni sorta, tutte finalizzate alla comicità del fatto stesso e del modo di raccontarle. Ma anche tra quelli che giocano a tombola con le cartelle se ne trovano, sempre di più, molte esperte e abili, più o meno quanto il tiratore del cartellone, a raccontare cose abbinate ai numeri. Sempre più spesso, infatti, c’è qualche nuovo amico dell’amico, arrivato per caso ad unirsi alla comitiva, particolarmente abile e conoscitore di questa “arte” che, addirittura, introduce nuovi significati o eventi e quant’altro, rivelandosi molto simpatico. In conclusione il gioco della tombola può diventare anche un ottimo intrattenimento, un momento di divertimento collettivo, l’importante, però, è riuscire a formare un gruppo di partecipanti ani-mati di prontezza di spirito, autoironia e simpatia, senza mai sforare e diventare monotoni e noiosi; ma, soprattutto avere un ottimo tiratore di cartellone, un vero e proprio attore, che sappia recitare, nel vero senso della parola, con la giusta mimica, gestualità, tono di voce e una perfetta pronuncia napoletana, quei veri e propri quadretti rappresentativi di ciascun numero. Questo, purtroppo, non era ciò che si verificava spesso durante le lunghe serate natalizie al gioco della tombola della mia infanzia: si lasciava tirare il cartellone a chiunque, senza badare al lato divertente, pensando esclusivamente a vincere e, se ciò non avveniva, si cercava con ogni mezzo di dare la colpa ora ad uno ora ad un altro giocatore, o alla scarsa bravura del tiratore del cartellone, che non agitava bene il cestello dei numeri non facendo uscire quelli buoni, cioè i suoi, oppure, addirittura alle altre giocatrici che sceglievano sempre le cartelle migliori, contrassegnandole, con una biro o una matita, col loro nome lasciando agli altri, quelle coi numeri non buoni perché non uscivano quasi mai. Molti arrivavano persino a sostenere, in modo ironico ma poi neanche tanto, che il tiratore del cartellone, d’accordo con qualche altro giocatore, riusciva ad imbrogliare sull’estrazione dei numeri, in quanto, quasi ad ubbidire al suo complice, tirava fuori dal canestrino proprio il numero che questi supplicava che estraesse. Perfino a me, ancora bambino, la cosa sembrava una pura coincidenza, una vera e propria fatalità, che non poteva assolutamente essere vera e, quindi, priva di ogni fondamento; a questo punto veniva meno tutto lo spirito del gioco, del momento di aggregazione, del divertimento, perché in fondo ci si riuniva per passare insieme, in famiglia e in compagnia di amici, momenti di gioia, di festa, nell’attesa dell’Evento religioso più importante, dal punto di vista della sacralità, di tutti gli altri: la Nascita del Bambino Gesù. Fu così che decisi di studiarmi per bene gli abbinamenti dei numeri a fatti, eventi e quant’altro di spiritoso e divertente potessi trovare per convincere magari i grandi a permettermi di tirare, ogni tanto, il cartellone. Il cartellone io? Ma nemmeno per sogno. “Non farti venire nessuna voglia del genere mai più” – questa era la reazione delle nostre madri – “quante volte ancora devo dirtelo. Tu sei piccolo e devi stare con i piccoli, e soprattutto devi fare le cose che fanno i piccoli. Mo’ facciamo tirare il cartellone a lui, a questo piccolo moccioso che non sa nemmeno dove deve mettere i numeri; ma come puoi pensare che in mezzo a tante persone adulte, tutte capaci di tirare il cartellone molto meglio di te, dobbiamo permetterlo a te? E poi, magari dopo, viene la voglia anche a qualche altro bambino, cosa credi? Perché a te sì e a lui no? E noi grandi dovremmo starcene qua ad aspettare voi che cercate e poi coprite i numeri sul cartellone per poter andare avanti? Così facciamo giorno e stiamo ancora a giocare, perciò sarà meglio che ti rassegni e, se vuoi, puoi partecipare ma con la tua solita cartella, altrimenti vattene a giocare da un’altra parte”. E io a mia madre: “ma quando siete in pochi e non riuscite ad arrivare al numero per giocare ci chiamate, mentre se non avete bisogno ci cacciate perché siamo di fastidio”. “Basta! Se vuoi prendi la tua cartella e gioca senza fare tante storie. Quando diventerai grande ti metti in casa tua, insieme a tua moglie e ai tuoi figli e a qualche parente, giocate a tombola e il cartellone lo tirerai tu. “Quando diventerai grande, adesso sei piccolo e non puoi tirarlo”!
Non mi rimaneva, davvero, che rassegnarmi e, anche se poi in fondo il gioco della tombola continuava sempre a non piacermi tanto, aspettare di crescere fino a diventare adulto, magari padre di famiglia, per poter finalmente provare ad esibirmi nel tirare il cartellone. Ormai era diventato il sogno della mia vita, se non altro per cercare di rendere meno triste e malinconica l’atmosfera, che purtroppo ancora oggi mi pervade, del Natale. E nel frattempo pensai di darmi da fare in veri e propri studi del tiro del cartellone al gioco della tombola, con un impegno insolito nei confronti di una cosa che, tutto sommato, nemmeno mi appassionava tanto; ma ormai era una questione di principio e dovevo riuscirci, specie perché, quando capitava di giocare in altri ambienti, magari coi compagni di scuola oppure, in seguito, colleghi di lavoro, facevo tesoro di vere e proprie lezioni dal tiratore di cartellone di turno. Dovete credermi, tutte le volte che mi capitava di trovarmi in qualche mercatino rionale, giravo fra le varie bancarelle alla ricerca di cassette, stereo 8, quelle per l’impianto stereo dell’automobile, molto di moda all’epoca, contenenti scenette tipiche del folklore napoletano e quasi in tutte ce n’era sempre qualcuna sul gioco della tombola. E così mi sono fatta una straordinaria cultura sul tiro del cartellone alla tombola e, per ogni numero che estraggo, sono capace di tirare giù tanti di quei significati cabalistici, di abbinarci tanti di quei personaggi della cultura popolana, riscuotendo consensi, da parte degli altri giocatori, di grande simpatia. Ciò nonostante il gioco della tombola continuava a non piacermi molto, tant’è che in più di un’occasione che mi si presentava di giocare, pur se mi veniva proposto di tirare il cartellone, dal momento che s’era saputo della mia bravura in merito a ciò, cercavo, qualche volta con successo, di sottrarmi a tale opera inventando un impegno improvviso e improrogabile. In famiglia era, comunque diventata abitudine consolidata durante le feste di Natale, che il cartellone dovessi tirarlo io e non potevo in nessun modo rifiutarmi, ma era chiaro l’intento di costringermi, in tal modo, a giocare perché, visto il basso numero di giocatori, c’era bisogno che qualcuno partecipasse per arrivare a un numero minimo di giocatori tale da permettere la giocata. Comunque dopo i primi due o tre giri cedevo volentieri il cartellone a qualcun altro, in modo che potessi defilarmi elegantemente e smettere di giocare perché mi annoiavo. In altre occasioni simili a questa venivo obbligato “gentilmente” a partecipare con entusiasmo; infatti, un Natale di non molto tempo fa, ricordo che mia moglie mi chiese di andare per una tombolata, a casa di una delle sue sorelle, che aveva invitato alcune sue amiche con relativi mariti e figlioletti. La cosa non mi allettava granché, proprio per il fatto del gioco della tombola, che rimane sempre abbastanza noioso, e risposi di no; mia moglie mi pregò, allora, di accettare dicendomi che sua sorella aveva organizzato tutto contando su di noi e che aveva parlato tanto di me ai suoi amici. “Se venite a casa mia – diceva alle amiche – ci divertiremo tantissimo con mio cognato, il marito di una delle mie sorelle, un tipo molto simpatico, bravo a raccontare barzellette, molto spiritoso, dalla battuta sempre pronta, insomma vedrete che quella di domani sera sarà una tombolata indimenticabile”.
A questo punto avevo le mani legate e non me la sentii di non andare, perché mia cognata aveva ormai incuriosito le sue amiche con rispettivi mariti, e tutti erano curiosi di conoscermi e passare una bella serata in compagnia divertendosi. Praticamente era venuto il mio momento, il momento di tirare fuori tutto il mio repertorio di battute e sketch, non potevo più tirarmi indietro, e così andai per la grande tombolata a casa di mia cognata, che cominciò con le presentazioni mettendoci subito a nostro agio. Erano tre amiche con i rispettivi mariti, uno era avvocato, un altro geologo e l’ultimo insegnante, e ciascuna coppia aveva due bambini, tutti fra i sette e gli undici anni di età. Come succede sempre in questi casi si comincia a parlare del più e del meno, di politica, delle notizie di cronaca del Tg, delle solite problematiche legate al mondo dei giovani, che danno sempre troppe preoccupazioni, finire poi al solito argomento riguardante le singole professioni, con i tanti risvolti negativi e qualcuno positivo, e infine all’immancabile discussione sulla società moderna, delle tante preoccupazioni per il futuro dei nostri figli, della perdita dei valori fondamentali e utili alla sana educazione, al rispetto delle regole, della Scuola e della famiglia, le due Istituzioni che stanno perdendo sempre più il loro ruolo di primaria importanza per la formazione dei futuri cittadini, ecc… Durante tutte queste discussioni notai che tutti i bambini erano assorti chi a giocare alla play station, chi a guardare la televisione, chi al PC o al telefonino, tranne uno, Alessandro, il figlio di 8 anni del geologo e della maestra, la quale presumeva di saperne più di tutti in materia di formazione e di educazione, derivante dalla sua professione e dai tanti attestati di partecipazione, pomeridiana, a corsi di aggiornamento e formazione per insegnanti che la costringevano a rimanere lontana da casa praticamente cinque giorni su sette e, per conseguenza, per i rimanenti due pomeriggi della settimana chiedeva di essere, giustamente e meritatamente, lasciata libera dagli ulteriori stress delle faccende familiari.
Il figlioletto della suddetta, Alessandro, dunque, non solo era l’unico a non partecipare alle attività ludiche insieme agli altri bambini, ma si era seduto al nostro tavolo e partecipava attivamente alle nostre discussioni, parlando delle esperienze e delle impressioni dei suoi genitori, con loro grande ammirazione e orgoglio, specie della madre. Interveniva dando un suo parere riguardo, per esempio, all’educazione dei figli, al rispetto delle regole, cosa fosse, secondo lui, più o meno giusto che un genitore concedesse ai propri figli, ecc… ecc… con una grande soddisfazione della madre che lo guardava fiera ricordandogli, addirittura, ogni tanto, di aver omesso questo o quell’altro fatto importante, del racconto, spesso trovava anche il modo di elogiare il suo bambino per le doti di simpatia, da attore e cabarettista e, rivolgendosi a lui “fa’ vedere ai signori come sei bravo ad imitare questo cantante o quell’attore e come racconti le barzellette”; e il bambino, con la massima naturalezza obbediva iniziando l’esibizione, fra le risate alquanto inadeguate dei suoi genitori e di qualche altro, più che altro per solidarietà. Ma, dalle facce degli altri presenti capivo che erano, come me, tutti estremamente infastiditi da un simile comportamento, non tanto quello del mocciosetto quanto quello della maestra super esperta che era sua madre, in materia di educazione e crescita culturale dei figli.
Incrociai, casualmente, gli sguardi di mia moglie e della sorella, che compresero subito il mio stato d’animo e, anzi, temevano la mia reazione, che però non ci fu, ma feci solo capire loro di essermi subito pentito di aver accettato quella “piacevole” serata. A quel punto, non avrei mai sperato potesse succedermi, desiderai tantissimo passare nell’altra stanza per rifugiarmi, ormai a questo punto, nella sospirata tombola, come ultima ancora di salvataggio per tutti noi, veri e propri ostaggi della famiglia del piccolo grande Alex. Approfittando, quindi, dell’occasione che si presentò, con l’arrivo del caffè, mi alzai, chiedendo agli altri di passare subito dopo di là nel salone per la grande tombolata, pensando tra me e me di mettercela tutta per rendere la seconda parte di quella serata un po’ più divertente. Mia cognata ci pregò di fare con comodo perché nell’altra stanza era già tutto pronto, addirittura i posti assegnati, il cartellone al capotavola, di fianco le cartelle con i fagioli e bucce di mandarini pronte all’uso. Le aspettative c’erano tutte, si doveva salvare quella serata, era arrivato il mio momento; ma appena entrati nel salone indovinate che vedo? Alex seduto al posto di capotavola che, tenendo tra le mani il panariello, canticchiava: “il cartellone lo tiro io, il cartellone lo tiro io” e sua madre “ sì, sì vedrete che simpatico che è”! Ed io “infatti, abbiamo già visto prima, non è vero”? Ma poi, ricordando le parole di mia madre: “tu sei piccolo, il cartellone lo tirerai quando sarai grande”. Ma come, ho aspettato più di quarant’anni, (chissà cosa mi direbbe adesso mia madre) e invece a “chistu strunzillo” la sua mamma non dice niente?
14/11/2011
MARIO, UN PICCOLO…GRANDE UOMO
Da bambino mia madre mi portava ogni giorno, insieme a mio fratello e alle mie sorelle, in Via Pasquale Nastro, a casa di una sua sorella, per lei una seconda mamma, dato che quella vera l'aveva persa che era ancora bambina, per cui ho trascorso gran parte della mia infanzia lì, in Via Pasquale Nastro. E uno dei miei compagni di gioco, amico della mia infanzia è stato proprio lui, Mario Sicignano, anch'egli abitante in quella strada. Ma poi le cose cambiano, si cresce, si prende ciascuno la propria strada e si fanno nuove amicizie, praticamente le nostre vie si separarono; io frequentavo le scuole superiori a Castellammare e lui, invece, a scuola non andò più e cominciò a lavorare ancora adolescente. Poi le nostre strade, dapprima separate, si incrociarono e ripresero un percorso parallelo ma, in senso di marcia, opposto; il mio era il percorso del pullman verso Castellammare per andare a scuola, il suo era, invece, il percorso da Castellammare, insieme all'inseparabile fratello, Catello, con il carro di fruttivendolo e un infaticabile asinello, a Gragnano, incontro alle impazienti donne che attendevano loro tre “pazienti”. In quel tempo mi capitò di attraversare un periodo difficile con gli studi, una vera e propria crisi, che mi faceva vivere molto male la mia vita di studente senza più voglia di studiare, combattuto tra le mie ansie e notti insonni, di attacchi di nausea e di vomito, e la delusione dei miei familiari, mio padre in primis, molto fieri di me come studente e futuro ottimo professionista. Ogni mattina, dal pullman, vedevo Mario che saliva verso Gragnano col suo carro e ai miei occhi appariva spensierato, sereno, senza alcuna preoccupazione; insomma lo vedevo contento del suo lavoro, a parer mio era addirittura felice di quella sua vita. Ebbene si, io lo invidiavo. Non importa il tipo di lavoro che facciamo, l'importante è farlo bene e con amore, con passione, e Mario è sempre stato innamorato del suo lavoro, che nella sua scala dei valori era secondo solamente alla famiglia. Anche io per la verità, superata la momentanea crisi e ripresi gli studi, ho svolto il lavoro che sognavo, per il quale avrei addirittura pagato, mentre sono stato pagato per farlo, l'insegnante. Per delle strane coincidenze sono tornato a Via Pasquale Nastro, ad abitarci, e ogni mattina, recandomi a lavoro, incrociavo di nuovo, nella vecchia strada il mio vecchio compagno di giochi, col quale riuscivo a scambiare, solo un saluto e qualche frettolosa battuta. Ogni giorno riflettevo su quel sentimento di invidia che avevo provato verso di lui quando ero studente e mi accorgevo che era ancora presente adesso che ero insegnante; forse già da allora, non era invidia, ma più semplicemente era ammirazione. Si, perché mi ritrovavo frequentemente a portarlo come esempio ai miei alunni nel raccontare spesso episodi di vita, fatta di cose semplici ma di intensi valori. Portavo come esempio lui e non me, non tanto perché sarebbe stato scontato e semplicistico il paragone, ma semplicemente perché – e mi capitò di farlo in un modo tanto spontaneo da sorprendermene io per primo – egli era un esempio anche per me e quando glielo dicevo sorrideva arrossendo.
Fra i miei allievi ho avuto un nipote e due figli di Mario, ai quali mi presentava come una persona di famiglia dicendo: “Cu' 'o prufessore simme 'e famiglia”. Lì per lì non credo che i ragazzi avessero capito il senso di quella sua frase. Ciao, Mario!
13/11/2011
SUL TRATTAMENTO DEL TESTO
A tutti i blogger e webwriter e quanti altri, fruitori dei vari wordprocessor, che trascurano il rispetto dell’uso dei segni di punteggiatura. Ormai non si tratta più di semplici regole di “estetica dattilografica”, ma di veri e propri errori segnati dal correttore ortografico di cui è dotato qualsiasi wordprocessing. Parlo dei testi, anche brevi, che vediamo su Internet quotidianamente come messaggi, post, mail, chat ecc., in cui non si bada per niente a rispettare le più elementari regole circa l’uso dei segni di punteggiatura, nonostante vengano segnalati, dai programmi di videoscrittura, con una sottolineatura in rosso. E’ vero che se la parola ci sembra scritta giusta, basta ignorare la correzione e andare avanti; ma non ci siamo preoccupati, così facendo, di considerare l’errore in altri contesti.
Voglio parlare qui del normale uso dei segni di punteggiatura secondo quello che impone, non solo l’estetica dattilografica, ma anche la considerazione del testo trascritto in un traduttore online, che non è in grado di correggere l’errore e riporta fedelmente le parole senza tradurle.
Ecco, dunque, le poche e semplici regole da rispettare:
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il punto, la virgola, il punto e virgola, i due punti vanno scritti sempre attaccati alla parola, cioè senza alcuno spazio, che si deve mettere, invece dopo, ad es. Io, tu, mio padre;
-
la parentesi aperta e le virgolette si scrivono, invece, dopo uno spazio davanti, esternamente, ma senza spazi, quindi, all’interno, ad es. Mario (mio fratello) è un “drago”;
-
l’apostrofo si scrive senza spazi, né prima né dopo, es. l’ago, c’è, ce n’è.
01/11/2011
Il caffè ...sospeso
A Napoli, la mia città, il caffè è anche il locale dove si serve tale bevanda ed è un vero e proprio salotto culturale e proprio davanti a un caffè sono state composte le più belle poesie e canzoni napoletane, il caffè ha tenuto compagnia agli innamorati in attesa di un appuntamento amoroso. Per noi Napoletani non è, quindi, semplicemente una bevanda, ma fa parte della nostra cultura, un rito, una funzione che tutti, anche i meno abbienti, devono osservare, e non si può concepire di poter fare a meno del caffè. Voglio semplicemente ricordare qui il vero e proprio trattato sul caffè di casa, fatto con la macchinetta, del grande Eduardo nella sua commedia “Questi fantasmi”, mentre vorrei piuttosto soffermarmi sul caffè dei bar. Cominciamo col dire che in ogni bar napoletano esistono tre figure di lavoratori, oltre a quella del cassiere quasi sempre il titolare, e cioè: il barista, che si occupa esclusivamente di fare i caffè; il giovane di bar, che ha il compito di servire sul banco i bicchieri d'acqua, immancabili anche se non richiesti, piattini, cucchiaini e tazzine di caffè; infine il garzone, che si chiama guaglione d’o bar – ragazzo del bar - che ha il compito di portare i caffè al di fuori del locale nei vari uffici. Il caffè del bar, a Napoli, anche se adesso lo si considera un po' meno, è ancora un rito; la macchina da caffè dei bar tradizionali è rigorosamente coi bracci e non coi pulsanti, e la zuccheriera è di appartenenza del barista, al quale tocca, per completare l'opera d'arte, il tocco di classe finale; il caffè tradizionale è zuccherato con due cucchiaini e il cliente deve, ad alta voce fare diversa richiesta: “con poco zucchero, macchiato, lungo, corretto” ecc., e poi deve solamente pregustarlo con gli occhi e la mano nell'atto di girarlo, e anche se lo preferisce con dolcificante deve chiederlo al barista che conserva nella tasca della giacca le bustine. Mi è capitato di sentire qualcuno ordinare al banco: “cinque caffè, uno con poco zucchero, uno macchiato, uno corretto all'anice, uno amaro e uno senza zucchero”; in un primo momento pensai a uno scherzo ma poi, guardando il barista preparare la commande, mi accorsi che il cliente era stato preciso e chiaro nell'ordinazione e, infatti, il caffè macchiato e quello corretto vennero zuccherati regolarmente con due cucchiaini, quello con poco zucchero con un solo cucchiaino, il quarto amaro e, infine, quello senza zucchero col dolcificante. Ma la cosa più strepitosa, che in pochi sanno, del caffè dei bar napoletani, è il cosiddetto SOSPESO.
Fino a metà '900 in quasi tutti i bar (adesso un po'meno) c'era l'usanza, da parte dei clienti fissi, di lasciare alla cassa qualche caffè pagato, facendolo segnare su un taccuino, da offrire a bisognosi avventori. Questi, più tardi o addirittura qualche giorno dopo, dal di fuori domandava se fosse rimasto per lui un sospeso, e il cassiere con la massima onestà e bontà d'animo controllava sul taccuino e, se ve n'erano (e talvolta anche se non ve ne erano), invitava il poveretto ad entrare, cancellando il caffè non più sospeso.
16:19 Scritto da: lainopeppe in Cultura napoletana | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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26/10/2011
Pacchero e 'nticchia
Nel post "E pacchere cu' 'a ricotta" ho citato il dito indice della mano, aggiungendo che quest’ultima ha attinenze etimologiche con il Pacchero. In effetti c’è attinenza ma indiretta, perché lo schiaffo, che viene dato con la mano aperta producendo un rumore caratteristico, in Napoletano si chiama pacchero proprio per l’assonanza del rumore che esso provoca (Onomatopea). Dicevo del dito “indice” quello usato, appunto, per indicare qualcosa, e che in Latino si traduce con “index-cis”, è formato da tre falangi, che, sempre in Latino, venivano considerate come piccoli indici e perciò chiamate “indicula-ae”. Tenendo presente il gesto che facciamo per indicare qualcosa di molto piccolo coprendo col pollice, internamente, parte del dito indice, lasciamo scoperta solo la prima falange, indicula, che, in seguito a piccole trasformazioni, in Napoletano diventa ‘nticchia.
15:36 Scritto da: lainopeppe in Parole... napoletane | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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